Play with Me

Gioca con me. Uno spazio lento per ascoltare ciò che non si dice con le parole.

Tag: ascolto empatico

  • STARE DENTRO

    La postura terapeutica tra presenza e ascolto

    “In stanza, il gioco accade.
    Ma accade davvero solo se ci sono anch’io.
    Non come regista, non come spettatrice.
    Ma come presenza. Vivente, partecipe, in ascolto.”

    Quando ho iniziato il mio percorso in Play Therapy, non avevo piena consapevolezza della mia postura terapeutica.
    Non parlo del corpo.
    Parlo della qualità con cui si sta nella relazione.
    Non solo con il bambino, ma dentro la relazione con lui.

    Per tanto tempo ho pensato che il mio ruolo fosse offrire uno spazio sicuro, dare confini, osservare da vicino.
    Eppure qualcosa mancava.
    Perché il cambiamento – quello vero – non accade nella tecnica.
    Accade nella relazione.
    E la relazione esiste solo se ci sono anch’io. Davvero.

    Durante una supervisione, il mio formatore mi ha chiesto:
    “Secondo te, cos’è che ha permesso questo cambiamento nella bambina?”
    Ho risposto parlando del setting, del gioco, del tempo… ma non ho parlato di me.
    Non avevo visto che io c’ero.
    E che quella mia presenza – costante, silenziosa, coerente – aveva fatto la differenza.

    Stare dentro la relazione, e non solo “essere lì”, significa permettersi di risuonare, accettare di essere percepiti, attraversati.
    Come scrive Landreth (2012), “il terapeuta è lo strumento della terapia”.
    E ogni strumento, per suonare bene, ha bisogno di essere accordato.
    Di ascoltarsi. Di aggiustarsi. Di vibrare con l’altro.

    Con alcuni bambini, il mio corpo e la mia mente sono completamente assorbiti: chiedono una presenza piena, continua, intensa.
    Con altri, la richiesta è più leggera, più sfumata: vogliono che io ci sia, ma senza invaderli. Senza rompere il loro ritmo.

    Anche questo è parte della postura: non decidere prima, ma accordarsi nella relazione.

    La postura terapeutica si gioca tutta nei dettagli invisibili.
    In una sedia spostata per fare spazio.
    In un silenzio lasciato vivere.
    In uno sguardo che resta, ma non preme.

    È uno stare che ascolta.
    Che regola senza comandare.
    Che accoglie senza dirigere.

    Cochran e colleghi (2010) scrivono che nella Child-Centered Play Therapy “l’efficacia del terapeuta non risiede nel fare, ma nel modo in cui è presente”.
    Ed è proprio così.
    Non serve fare di più.
    Serve esserci meglio.

    Oggi sento che la postura terapeutica è un esercizio continuo.
    Non si impara una volta per tutte.
    È una pratica che si affina.
    In stanza, con ogni bambino.
    E fuori, nello spazio della supervisione, dove posso rivedermi con più chiarezza.

    Riflessione

    In logopedia, per me, la “postura” non riguarda solo il corpo, ma il modo in cui ci si posiziona nella relazione: quanto spazio si lascia, quanto si interviene, quanto si accompagna. L’efficacia dell’incontro con il bambino non sta solo negli strumenti clinici, ma nella qualità della presenza che li sostiene.

    Accordarsi con il ritmo dell’altro significa essere pronti a regolare la propria energia, a modulare la voce e il gesto, a riconoscere quando avvicinarsi e quando restare fermi. È un ascolto doppio: del bambino e di sé stessi, per non invadere e non ritirarsi troppo. Come per ogni strumento, serve pratica per restare “accordati”: ogni incontro diventa così un esercizio di presenza viva e consapevole.

  • Cadere insieme

    C’è una bambina seduta sulle ginocchia di suo padre. Tiene la testa bassa. Ha il naso graffiato e un’ombra triste negli occhi. È caduta per strada, pochi minuti fa, proprio davanti al mio studio. Non vuole entrare. Non oggi.

    La stanza è pronta, i giochi aspettano, ma lei resta incollata a quel grembo come se solo lì ci fosse ancora un po’ di sicurezza. I genitori insistono, la esortano a lasciarsi andare. Io no. Io resto ferma e silenziosa, lasciando che il tempo faccia il suo lavoro.

    Poi mi alzo. Prendo una piccola lozione per le ferite e mi avvicino con delicatezza. Non dico “forza”, non dico “non è niente”. Le offro solo un gesto: posso prendermi cura di quel graffio?

    Lei mi guarda, sorpresa. Non scappa. Si lascia avvicinare. È un gioco di sguardi e fiducia. La crema sulla pelle brucia appena, ma cura un po’ anche dentro. È il primo passo di un piccolo ponte che attraversiamo insieme.

    Poco dopo va in bagno con il padre, come sempre. È la sua routine. Poi accade qualcosa: gioca con lui, lo rincorre e prova a prenderlo per le gambe. Ride. Il gioco comincia già lì, fuori dalla stanza.

    Quando finalmente entra, non è un ingresso qualsiasi. È un ingresso conquistato. Uno di quelli che portano con sé tutto il peso di ciò che si è lasciato fuori — la paura, il dolore, le aspettative — e lo trasformano in qualcosa di nuovo.

    E poi mi guarda, prende il cerchio. “Lo tieni tu?”
    Vuole cadere ancora. Ma questa volta… sul tappeto.
    Questa volta con qualcuno che tiene il cerchio.
    Questa volta sapendo che cadere fa meno paura se c’è chi resta fermo mentre tu provi.
    E provi. E ridi. E poi ti rialzi da sola.

    Non abbiamo fatto grandi cose, quel giorno. Ma abbiamo attraversato qualcosa. Insieme.

    Riflessione

    Nella terapia, come nella vita, ci sono momenti in cui non si può forzare l’ingresso.Serve tempo, fiducia e un “ponte” che permetta al bambino di sentirsi al sicuro per provare.È così che il gioco diventa un luogo di cura: quando chi accompagna sa restare, e chi gioca sa che può rischiare senza cadere da solo.Se un bambino fatica a separarsi, a fidarsi o a lasciarsi coinvolgere, il primo passo non è “fare di più”, ma creare uno spazio dove possa sentirsi pronto.Questo è ciò che, ogni giorno, cerco di costruire con i bambini e le loro famiglie: momenti in cui si può cadere, ridere e rialzarsi, con la sicurezza di non essere soli.

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