Si muoveva senza fermarsi. Prendeva un gioco, lo lasciava. Passava a un altro, e poi un altro ancora. Un colpo di spada, una corsa verso il tappeto, un cambio improvviso di direzione.
Io lo seguivo con lo sguardo, aspettando che si fermasse abbastanza a lungo da incontrarmi. Eppure, in supervisione, ho scoperto che la prima ad essermi allontanata… ero io.
Seduta a gambe incrociate, braccia vicine al corpo. Come se, senza accorgermene, stessi riducendo lo spazio.
Cosa mi spaventava? Forse il caos. O il rischio di perdermi nei suoi cambi repentini, senza un filo che ci tenesse insieme. Forse la sensazione di non avere presa, di non sapere dove collocarmi in quel vortice.
A volte il corpo reagisce prima della mente. Si protegge, si difende, si compatta. E nella stanza, questo si vede. Il bambino lo percepisce, anche se non lo nomina.
Da allora ho imparato che l’apertura non è solo una questione di parole. È una postura, un respiro, un piccolo gesto che dice: “Sono qui, anche quando è difficile”.
Riflessioni
La comunicazione nella stanza di logopedia non passa solo attraverso ciò che viene detto: il corpo parla, spesso prima delle parole. Postura, distanza e ritmo del respiro possono trasmettere accoglienza o chiusura, calma o tensione.
Nel lavoro con i bambini, la consapevolezza corporea è inseparabile dalla comprensione emotiva. Ogni gesto fisico può essere il riflesso di un vissuto interno: una chiusura delle spalle può raccontare la paura di essere travolti; un passo indietro può rivelare il bisogno di trovare una distanza sicura.
Riconoscere il significato emotivo che accompagna il movimento ci permette di restare presenti senza difenderci, di offrire segnali fisici che dicono: “Ti vedo e resto qui con te”, e di trasformare la postura in un invito silenzioso all’incontro.

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