Play with Me

Gioca con me. Uno spazio lento per ascoltare ciò che non si dice con le parole.

Categoria: Tra voce e silenzio

Il mio cammino da logopedista verso la Play Therapy. Una trasformazione che intreccia linguaggio ed emozioni, suono e ascolto, relazione e presenza. Dove anche il silenzio trova spazio per dire qualcosa.

  • Quando il corpo parla prima di noi

    Si muoveva senza fermarsi. Prendeva un gioco, lo lasciava. Passava a un altro, e poi un altro ancora. Un colpo di spada, una corsa verso il tappeto, un cambio improvviso di direzione.

    Io lo seguivo con lo sguardo, aspettando che si fermasse abbastanza a lungo da incontrarmi. Eppure, in supervisione, ho scoperto che la prima ad essermi allontanata… ero io.

    Seduta a gambe incrociate, braccia vicine al corpo. Come se, senza accorgermene, stessi riducendo lo spazio.

    Cosa mi spaventava? Forse il caos. O il rischio di perdermi nei suoi cambi repentini, senza un filo che ci tenesse insieme. Forse la sensazione di non avere presa, di non sapere dove collocarmi in quel vortice.

    A volte il corpo reagisce prima della mente. Si protegge, si difende, si compatta. E nella stanza, questo si vede. Il bambino lo percepisce, anche se non lo nomina.

    Da allora ho imparato che l’apertura non è solo una questione di parole. È una postura, un respiro, un piccolo gesto che dice: “Sono qui, anche quando è difficile”.

    Riflessioni

    La comunicazione nella stanza di logopedia non passa solo attraverso ciò che viene detto: il corpo parla, spesso prima delle parole. Postura, distanza e ritmo del respiro possono trasmettere accoglienza o chiusura, calma o tensione.

    Nel lavoro con i bambini, la consapevolezza corporea è inseparabile dalla comprensione emotiva. Ogni gesto fisico può essere il riflesso di un vissuto interno: una chiusura delle spalle può raccontare la paura di essere travolti; un passo indietro può rivelare il bisogno di trovare una distanza sicura.

    Riconoscere il significato emotivo che accompagna il movimento ci permette di restare presenti senza difenderci, di offrire segnali fisici che dicono: “Ti vedo e resto qui con te”, e di trasformare la postura in un invito silenzioso all’incontro.

  • STARE DENTRO

    La postura terapeutica tra presenza e ascolto

    “In stanza, il gioco accade.
    Ma accade davvero solo se ci sono anch’io.
    Non come regista, non come spettatrice.
    Ma come presenza. Vivente, partecipe, in ascolto.”

    Quando ho iniziato il mio percorso in Play Therapy, non avevo piena consapevolezza della mia postura terapeutica.
    Non parlo del corpo.
    Parlo della qualità con cui si sta nella relazione.
    Non solo con il bambino, ma dentro la relazione con lui.

    Per tanto tempo ho pensato che il mio ruolo fosse offrire uno spazio sicuro, dare confini, osservare da vicino.
    Eppure qualcosa mancava.
    Perché il cambiamento – quello vero – non accade nella tecnica.
    Accade nella relazione.
    E la relazione esiste solo se ci sono anch’io. Davvero.

    Durante una supervisione, il mio formatore mi ha chiesto:
    “Secondo te, cos’è che ha permesso questo cambiamento nella bambina?”
    Ho risposto parlando del setting, del gioco, del tempo… ma non ho parlato di me.
    Non avevo visto che io c’ero.
    E che quella mia presenza – costante, silenziosa, coerente – aveva fatto la differenza.

    Stare dentro la relazione, e non solo “essere lì”, significa permettersi di risuonare, accettare di essere percepiti, attraversati.
    Come scrive Landreth (2012), “il terapeuta è lo strumento della terapia”.
    E ogni strumento, per suonare bene, ha bisogno di essere accordato.
    Di ascoltarsi. Di aggiustarsi. Di vibrare con l’altro.

    Con alcuni bambini, il mio corpo e la mia mente sono completamente assorbiti: chiedono una presenza piena, continua, intensa.
    Con altri, la richiesta è più leggera, più sfumata: vogliono che io ci sia, ma senza invaderli. Senza rompere il loro ritmo.

    Anche questo è parte della postura: non decidere prima, ma accordarsi nella relazione.

    La postura terapeutica si gioca tutta nei dettagli invisibili.
    In una sedia spostata per fare spazio.
    In un silenzio lasciato vivere.
    In uno sguardo che resta, ma non preme.

    È uno stare che ascolta.
    Che regola senza comandare.
    Che accoglie senza dirigere.

    Cochran e colleghi (2010) scrivono che nella Child-Centered Play Therapy “l’efficacia del terapeuta non risiede nel fare, ma nel modo in cui è presente”.
    Ed è proprio così.
    Non serve fare di più.
    Serve esserci meglio.

    Oggi sento che la postura terapeutica è un esercizio continuo.
    Non si impara una volta per tutte.
    È una pratica che si affina.
    In stanza, con ogni bambino.
    E fuori, nello spazio della supervisione, dove posso rivedermi con più chiarezza.

    Riflessione

    In logopedia, per me, la “postura” non riguarda solo il corpo, ma il modo in cui ci si posiziona nella relazione: quanto spazio si lascia, quanto si interviene, quanto si accompagna. L’efficacia dell’incontro con il bambino non sta solo negli strumenti clinici, ma nella qualità della presenza che li sostiene.

    Accordarsi con il ritmo dell’altro significa essere pronti a regolare la propria energia, a modulare la voce e il gesto, a riconoscere quando avvicinarsi e quando restare fermi. È un ascolto doppio: del bambino e di sé stessi, per non invadere e non ritirarsi troppo. Come per ogni strumento, serve pratica per restare “accordati”: ogni incontro diventa così un esercizio di presenza viva e consapevole.