Play with Me

Gioca con me. Uno spazio lento per ascoltare ciò che non si dice con le parole.

Autore: Play with Me Nicoletta

  • Quando il corpo parla prima di noi

    Si muoveva senza fermarsi. Prendeva un gioco, lo lasciava. Passava a un altro, e poi un altro ancora. Un colpo di spada, una corsa verso il tappeto, un cambio improvviso di direzione.

    Io lo seguivo con lo sguardo, aspettando che si fermasse abbastanza a lungo da incontrarmi. Eppure, in supervisione, ho scoperto che la prima ad essermi allontanata… ero io.

    Seduta a gambe incrociate, braccia vicine al corpo. Come se, senza accorgermene, stessi riducendo lo spazio.

    Cosa mi spaventava? Forse il caos. O il rischio di perdermi nei suoi cambi repentini, senza un filo che ci tenesse insieme. Forse la sensazione di non avere presa, di non sapere dove collocarmi in quel vortice.

    A volte il corpo reagisce prima della mente. Si protegge, si difende, si compatta. E nella stanza, questo si vede. Il bambino lo percepisce, anche se non lo nomina.

    Da allora ho imparato che l’apertura non è solo una questione di parole. È una postura, un respiro, un piccolo gesto che dice: “Sono qui, anche quando è difficile”.

    Riflessioni

    La comunicazione nella stanza di logopedia non passa solo attraverso ciò che viene detto: il corpo parla, spesso prima delle parole. Postura, distanza e ritmo del respiro possono trasmettere accoglienza o chiusura, calma o tensione.

    Nel lavoro con i bambini, la consapevolezza corporea è inseparabile dalla comprensione emotiva. Ogni gesto fisico può essere il riflesso di un vissuto interno: una chiusura delle spalle può raccontare la paura di essere travolti; un passo indietro può rivelare il bisogno di trovare una distanza sicura.

    Riconoscere il significato emotivo che accompagna il movimento ci permette di restare presenti senza difenderci, di offrire segnali fisici che dicono: “Ti vedo e resto qui con te”, e di trasformare la postura in un invito silenzioso all’incontro.

  • “Adesso lo fai tu”

    Il tappeto era un piccolo palcoscenico.
    Tra le pieghe morbide, foulard colorati punteggiavano la stanza come frammenti di arcobaleno.
    Li prendeva uno a uno, li stendeva con cura sulle piccole paperelle, come fossero coperte preziose. Poi, con il pennello del fard, sfiorava becco e guance, lasciando una traccia rosata: un gesto di festa.
    Quando aveva finito, le rimetteva al loro posto, pronte per il turno successivo.

    Ogni paperella aveva un nome: erano i membri della sua famiglia. Li aveva preparati tutti, uno dopo l’altro, con una cura meticolosa. Io sedevo accanto a lei, a gambe incrociate sul tappeto, testimoniando la scena che stava creando.

    A un certo punto mi guardò.
    — Adesso lo fai tu.

    Poi si alzò con la rapidità leggera di chi arriva appena sopra alle mie ginocchia, agile e sicura nei suoi passi, cedendomi il suo posto.
    Non mi passò nulla tra le mani: fu il posto stesso, il ruolo, che mi consegnò. Lei guardava, e io facevo, riproponendo i suoi gesti di cura, lasciando che il mio movimento si accordasse al suo ritmo.

    Capivo che non mi stava soltanto passando un gioco: mi stava permettendo di abitare il suo spazio interno, quello in cui si prende cura e si lascia coinvolgere.
    Si fidò di me, lasciandomi prendermi cura dei paperotti più piccoli.

    E avere la fiducia di qualcuno, soprattutto di un bambino, è una delle cose più belle che si possano ricevere.

    Riflessione

    Quando un bambino ti dice “Adesso lo fai tu”, non ti sta solo invitando a continuare un gioco: ti sta aprendo la porta di un luogo interno, spesso protetto e riservato.

    In stanza, questi momenti sono preziosi perché segnano un passaggio:dalla sola osservazione alla condivisione dell’azione, dalla distanza alla fiducia attiva, dal “mio spazio” al “nostro spazio”.

    Accettare quel ruolo significa rispettare il ritmo del bambino e permettergli di vedere che le sue modalità di cura sono accolte e valorizzate.Sono gesti piccoli, ma che costruiscono la base di ogni percorso: la fiducia reciproca.

  • STARE DENTRO

    La postura terapeutica tra presenza e ascolto

    “In stanza, il gioco accade.
    Ma accade davvero solo se ci sono anch’io.
    Non come regista, non come spettatrice.
    Ma come presenza. Vivente, partecipe, in ascolto.”

    Quando ho iniziato il mio percorso in Play Therapy, non avevo piena consapevolezza della mia postura terapeutica.
    Non parlo del corpo.
    Parlo della qualità con cui si sta nella relazione.
    Non solo con il bambino, ma dentro la relazione con lui.

    Per tanto tempo ho pensato che il mio ruolo fosse offrire uno spazio sicuro, dare confini, osservare da vicino.
    Eppure qualcosa mancava.
    Perché il cambiamento – quello vero – non accade nella tecnica.
    Accade nella relazione.
    E la relazione esiste solo se ci sono anch’io. Davvero.

    Durante una supervisione, il mio formatore mi ha chiesto:
    “Secondo te, cos’è che ha permesso questo cambiamento nella bambina?”
    Ho risposto parlando del setting, del gioco, del tempo… ma non ho parlato di me.
    Non avevo visto che io c’ero.
    E che quella mia presenza – costante, silenziosa, coerente – aveva fatto la differenza.

    Stare dentro la relazione, e non solo “essere lì”, significa permettersi di risuonare, accettare di essere percepiti, attraversati.
    Come scrive Landreth (2012), “il terapeuta è lo strumento della terapia”.
    E ogni strumento, per suonare bene, ha bisogno di essere accordato.
    Di ascoltarsi. Di aggiustarsi. Di vibrare con l’altro.

    Con alcuni bambini, il mio corpo e la mia mente sono completamente assorbiti: chiedono una presenza piena, continua, intensa.
    Con altri, la richiesta è più leggera, più sfumata: vogliono che io ci sia, ma senza invaderli. Senza rompere il loro ritmo.

    Anche questo è parte della postura: non decidere prima, ma accordarsi nella relazione.

    La postura terapeutica si gioca tutta nei dettagli invisibili.
    In una sedia spostata per fare spazio.
    In un silenzio lasciato vivere.
    In uno sguardo che resta, ma non preme.

    È uno stare che ascolta.
    Che regola senza comandare.
    Che accoglie senza dirigere.

    Cochran e colleghi (2010) scrivono che nella Child-Centered Play Therapy “l’efficacia del terapeuta non risiede nel fare, ma nel modo in cui è presente”.
    Ed è proprio così.
    Non serve fare di più.
    Serve esserci meglio.

    Oggi sento che la postura terapeutica è un esercizio continuo.
    Non si impara una volta per tutte.
    È una pratica che si affina.
    In stanza, con ogni bambino.
    E fuori, nello spazio della supervisione, dove posso rivedermi con più chiarezza.

    Riflessione

    In logopedia, per me, la “postura” non riguarda solo il corpo, ma il modo in cui ci si posiziona nella relazione: quanto spazio si lascia, quanto si interviene, quanto si accompagna. L’efficacia dell’incontro con il bambino non sta solo negli strumenti clinici, ma nella qualità della presenza che li sostiene.

    Accordarsi con il ritmo dell’altro significa essere pronti a regolare la propria energia, a modulare la voce e il gesto, a riconoscere quando avvicinarsi e quando restare fermi. È un ascolto doppio: del bambino e di sé stessi, per non invadere e non ritirarsi troppo. Come per ogni strumento, serve pratica per restare “accordati”: ogni incontro diventa così un esercizio di presenza viva e consapevole.

  • “A me piace arrabbiarmi”

    “A me piace arrabbiarmi” – dice, con gli occhi accesi e la voce che non chiede scusa.
    Me lo dice mentre brandisce una spada e lancia l’ennesimo assalto al castello. Me lo dice mentre vince, mentre urla, mentre prova a farsi spazio.
    E lo dice davvero. Non per provocare. Non per offendere.
    Lo dice perché è vero.

    Nel gioco succede anche questo: emergono emozioni che, fuori, non trovano posto. Rabbia, frustrazione, voglia di ribellarsi. Sentimenti che a volte gli adulti non sanno contenere, o non vogliono vedere.

    E invece qui, in questa stanza, si può. Si può anche piacersi arrabbiati, senza essere cattivi.
    Si può sentirsi forti, senza distruggere.
    Si può sbattere la porta, sapendo che qualcuno resta.

    Nel tempo, ho imparato che la rabbia è una richiesta di spazio. È una mappa rovesciata che dice: “Qui fa male”, “Qui non mi sento visto”.
    Ma se la ascolti, cambia voce.
    Diventa energia, direzione, desiderio di essere compresi.

    C’è chi la nasconde, chi la teme, chi la traveste da bontà.
    E poi c’è chi, nel gioco, la porta fuori tutta insieme.
    E mentre la mette in scena, la esplora, la trasforma.

    Mi piace pensare che il gioco serva anche a questo:
    a non dover essere sempre gentili per essere amati,
    a non temere di perdere tutto quando si perde la calma,
    a sentirsi interi, anche quando si è spigolosi.

    “A me piace arrabbiarmi”, mi ha detto.
    E io gli ho sorriso.
    Perché era la verità più coraggiosa di quella giornata.

    Riflessione

    La rabbia nei bambini non è un nemico da eliminare: è un segnale, a volte rumoroso, di qualcosa che ha bisogno di essere visto.In uno spazio sicuro, può diventare un’occasione per imparare che sentirsi arrabbiati non significa essere cattivi.Il gioco permette di sperimentare la rabbia senza rompere relazioni, di scoprire che ci si può sentire forti senza ferire, e che qualcuno può restare vicino anche quando si è spigolosi.Accogliere la rabbia vuol dire dare al bambino la possibilità di riconoscersi intero, con tutte le emozioni, e di trovare modi nuovi per esprimerle.È uno dei passaggi più delicati, ma anche più trasformativi, che la relazione può offrire.

  • Cadere insieme

    C’è una bambina seduta sulle ginocchia di suo padre. Tiene la testa bassa. Ha il naso graffiato e un’ombra triste negli occhi. È caduta per strada, pochi minuti fa, proprio davanti al mio studio. Non vuole entrare. Non oggi.

    La stanza è pronta, i giochi aspettano, ma lei resta incollata a quel grembo come se solo lì ci fosse ancora un po’ di sicurezza. I genitori insistono, la esortano a lasciarsi andare. Io no. Io resto ferma e silenziosa, lasciando che il tempo faccia il suo lavoro.

    Poi mi alzo. Prendo una piccola lozione per le ferite e mi avvicino con delicatezza. Non dico “forza”, non dico “non è niente”. Le offro solo un gesto: posso prendermi cura di quel graffio?

    Lei mi guarda, sorpresa. Non scappa. Si lascia avvicinare. È un gioco di sguardi e fiducia. La crema sulla pelle brucia appena, ma cura un po’ anche dentro. È il primo passo di un piccolo ponte che attraversiamo insieme.

    Poco dopo va in bagno con il padre, come sempre. È la sua routine. Poi accade qualcosa: gioca con lui, lo rincorre e prova a prenderlo per le gambe. Ride. Il gioco comincia già lì, fuori dalla stanza.

    Quando finalmente entra, non è un ingresso qualsiasi. È un ingresso conquistato. Uno di quelli che portano con sé tutto il peso di ciò che si è lasciato fuori — la paura, il dolore, le aspettative — e lo trasformano in qualcosa di nuovo.

    E poi mi guarda, prende il cerchio. “Lo tieni tu?”
    Vuole cadere ancora. Ma questa volta… sul tappeto.
    Questa volta con qualcuno che tiene il cerchio.
    Questa volta sapendo che cadere fa meno paura se c’è chi resta fermo mentre tu provi.
    E provi. E ridi. E poi ti rialzi da sola.

    Non abbiamo fatto grandi cose, quel giorno. Ma abbiamo attraversato qualcosa. Insieme.

    Riflessione

    Nella terapia, come nella vita, ci sono momenti in cui non si può forzare l’ingresso.Serve tempo, fiducia e un “ponte” che permetta al bambino di sentirsi al sicuro per provare.È così che il gioco diventa un luogo di cura: quando chi accompagna sa restare, e chi gioca sa che può rischiare senza cadere da solo.Se un bambino fatica a separarsi, a fidarsi o a lasciarsi coinvolgere, il primo passo non è “fare di più”, ma creare uno spazio dove possa sentirsi pronto.Questo è ciò che, ogni giorno, cerco di costruire con i bambini e le loro famiglie: momenti in cui si può cadere, ridere e rialzarsi, con la sicurezza di non essere soli.

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