Play with Me

Gioca con me. Uno spazio lento per ascoltare ciò che non si dice con le parole.

Tag: gioco terapeutico

  • “Adesso lo fai tu”

    Il tappeto era un piccolo palcoscenico.
    Tra le pieghe morbide, foulard colorati punteggiavano la stanza come frammenti di arcobaleno.
    Li prendeva uno a uno, li stendeva con cura sulle piccole paperelle, come fossero coperte preziose. Poi, con il pennello del fard, sfiorava becco e guance, lasciando una traccia rosata: un gesto di festa.
    Quando aveva finito, le rimetteva al loro posto, pronte per il turno successivo.

    Ogni paperella aveva un nome: erano i membri della sua famiglia. Li aveva preparati tutti, uno dopo l’altro, con una cura meticolosa. Io sedevo accanto a lei, a gambe incrociate sul tappeto, testimoniando la scena che stava creando.

    A un certo punto mi guardò.
    — Adesso lo fai tu.

    Poi si alzò con la rapidità leggera di chi arriva appena sopra alle mie ginocchia, agile e sicura nei suoi passi, cedendomi il suo posto.
    Non mi passò nulla tra le mani: fu il posto stesso, il ruolo, che mi consegnò. Lei guardava, e io facevo, riproponendo i suoi gesti di cura, lasciando che il mio movimento si accordasse al suo ritmo.

    Capivo che non mi stava soltanto passando un gioco: mi stava permettendo di abitare il suo spazio interno, quello in cui si prende cura e si lascia coinvolgere.
    Si fidò di me, lasciandomi prendermi cura dei paperotti più piccoli.

    E avere la fiducia di qualcuno, soprattutto di un bambino, è una delle cose più belle che si possano ricevere.

    Riflessione

    Quando un bambino ti dice “Adesso lo fai tu”, non ti sta solo invitando a continuare un gioco: ti sta aprendo la porta di un luogo interno, spesso protetto e riservato.

    In stanza, questi momenti sono preziosi perché segnano un passaggio:dalla sola osservazione alla condivisione dell’azione, dalla distanza alla fiducia attiva, dal “mio spazio” al “nostro spazio”.

    Accettare quel ruolo significa rispettare il ritmo del bambino e permettergli di vedere che le sue modalità di cura sono accolte e valorizzate.Sono gesti piccoli, ma che costruiscono la base di ogni percorso: la fiducia reciproca.

  • Cadere insieme

    C’è una bambina seduta sulle ginocchia di suo padre. Tiene la testa bassa. Ha il naso graffiato e un’ombra triste negli occhi. È caduta per strada, pochi minuti fa, proprio davanti al mio studio. Non vuole entrare. Non oggi.

    La stanza è pronta, i giochi aspettano, ma lei resta incollata a quel grembo come se solo lì ci fosse ancora un po’ di sicurezza. I genitori insistono, la esortano a lasciarsi andare. Io no. Io resto ferma e silenziosa, lasciando che il tempo faccia il suo lavoro.

    Poi mi alzo. Prendo una piccola lozione per le ferite e mi avvicino con delicatezza. Non dico “forza”, non dico “non è niente”. Le offro solo un gesto: posso prendermi cura di quel graffio?

    Lei mi guarda, sorpresa. Non scappa. Si lascia avvicinare. È un gioco di sguardi e fiducia. La crema sulla pelle brucia appena, ma cura un po’ anche dentro. È il primo passo di un piccolo ponte che attraversiamo insieme.

    Poco dopo va in bagno con il padre, come sempre. È la sua routine. Poi accade qualcosa: gioca con lui, lo rincorre e prova a prenderlo per le gambe. Ride. Il gioco comincia già lì, fuori dalla stanza.

    Quando finalmente entra, non è un ingresso qualsiasi. È un ingresso conquistato. Uno di quelli che portano con sé tutto il peso di ciò che si è lasciato fuori — la paura, il dolore, le aspettative — e lo trasformano in qualcosa di nuovo.

    E poi mi guarda, prende il cerchio. “Lo tieni tu?”
    Vuole cadere ancora. Ma questa volta… sul tappeto.
    Questa volta con qualcuno che tiene il cerchio.
    Questa volta sapendo che cadere fa meno paura se c’è chi resta fermo mentre tu provi.
    E provi. E ridi. E poi ti rialzi da sola.

    Non abbiamo fatto grandi cose, quel giorno. Ma abbiamo attraversato qualcosa. Insieme.

    Riflessione

    Nella terapia, come nella vita, ci sono momenti in cui non si può forzare l’ingresso.Serve tempo, fiducia e un “ponte” che permetta al bambino di sentirsi al sicuro per provare.È così che il gioco diventa un luogo di cura: quando chi accompagna sa restare, e chi gioca sa che può rischiare senza cadere da solo.Se un bambino fatica a separarsi, a fidarsi o a lasciarsi coinvolgere, il primo passo non è “fare di più”, ma creare uno spazio dove possa sentirsi pronto.Questo è ciò che, ogni giorno, cerco di costruire con i bambini e le loro famiglie: momenti in cui si può cadere, ridere e rialzarsi, con la sicurezza di non essere soli.

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