Play with Me

Gioca con me. Uno spazio lento per ascoltare ciò che non si dice con le parole.

Tag: cura

  • Quando il corpo parla prima di noi

    Si muoveva senza fermarsi. Prendeva un gioco, lo lasciava. Passava a un altro, e poi un altro ancora. Un colpo di spada, una corsa verso il tappeto, un cambio improvviso di direzione.

    Io lo seguivo con lo sguardo, aspettando che si fermasse abbastanza a lungo da incontrarmi. Eppure, in supervisione, ho scoperto che la prima ad essermi allontanata… ero io.

    Seduta a gambe incrociate, braccia vicine al corpo. Come se, senza accorgermene, stessi riducendo lo spazio.

    Cosa mi spaventava? Forse il caos. O il rischio di perdermi nei suoi cambi repentini, senza un filo che ci tenesse insieme. Forse la sensazione di non avere presa, di non sapere dove collocarmi in quel vortice.

    A volte il corpo reagisce prima della mente. Si protegge, si difende, si compatta. E nella stanza, questo si vede. Il bambino lo percepisce, anche se non lo nomina.

    Da allora ho imparato che l’apertura non è solo una questione di parole. È una postura, un respiro, un piccolo gesto che dice: “Sono qui, anche quando è difficile”.

    Riflessioni

    La comunicazione nella stanza di logopedia non passa solo attraverso ciò che viene detto: il corpo parla, spesso prima delle parole. Postura, distanza e ritmo del respiro possono trasmettere accoglienza o chiusura, calma o tensione.

    Nel lavoro con i bambini, la consapevolezza corporea è inseparabile dalla comprensione emotiva. Ogni gesto fisico può essere il riflesso di un vissuto interno: una chiusura delle spalle può raccontare la paura di essere travolti; un passo indietro può rivelare il bisogno di trovare una distanza sicura.

    Riconoscere il significato emotivo che accompagna il movimento ci permette di restare presenti senza difenderci, di offrire segnali fisici che dicono: “Ti vedo e resto qui con te”, e di trasformare la postura in un invito silenzioso all’incontro.

  • “Adesso lo fai tu”

    Il tappeto era un piccolo palcoscenico.
    Tra le pieghe morbide, foulard colorati punteggiavano la stanza come frammenti di arcobaleno.
    Li prendeva uno a uno, li stendeva con cura sulle piccole paperelle, come fossero coperte preziose. Poi, con il pennello del fard, sfiorava becco e guance, lasciando una traccia rosata: un gesto di festa.
    Quando aveva finito, le rimetteva al loro posto, pronte per il turno successivo.

    Ogni paperella aveva un nome: erano i membri della sua famiglia. Li aveva preparati tutti, uno dopo l’altro, con una cura meticolosa. Io sedevo accanto a lei, a gambe incrociate sul tappeto, testimoniando la scena che stava creando.

    A un certo punto mi guardò.
    — Adesso lo fai tu.

    Poi si alzò con la rapidità leggera di chi arriva appena sopra alle mie ginocchia, agile e sicura nei suoi passi, cedendomi il suo posto.
    Non mi passò nulla tra le mani: fu il posto stesso, il ruolo, che mi consegnò. Lei guardava, e io facevo, riproponendo i suoi gesti di cura, lasciando che il mio movimento si accordasse al suo ritmo.

    Capivo che non mi stava soltanto passando un gioco: mi stava permettendo di abitare il suo spazio interno, quello in cui si prende cura e si lascia coinvolgere.
    Si fidò di me, lasciandomi prendermi cura dei paperotti più piccoli.

    E avere la fiducia di qualcuno, soprattutto di un bambino, è una delle cose più belle che si possano ricevere.

    Riflessione

    Quando un bambino ti dice “Adesso lo fai tu”, non ti sta solo invitando a continuare un gioco: ti sta aprendo la porta di un luogo interno, spesso protetto e riservato.

    In stanza, questi momenti sono preziosi perché segnano un passaggio:dalla sola osservazione alla condivisione dell’azione, dalla distanza alla fiducia attiva, dal “mio spazio” al “nostro spazio”.

    Accettare quel ruolo significa rispettare il ritmo del bambino e permettergli di vedere che le sue modalità di cura sono accolte e valorizzate.Sono gesti piccoli, ma che costruiscono la base di ogni percorso: la fiducia reciproca.