C’è una bambina seduta sulle ginocchia di suo padre. Tiene la testa bassa. Ha il naso graffiato e un’ombra triste negli occhi. È caduta per strada, pochi minuti fa, proprio davanti al mio studio. Non vuole entrare. Non oggi.
La stanza è pronta, i giochi aspettano, ma lei resta incollata a quel grembo come se solo lì ci fosse ancora un po’ di sicurezza. I genitori insistono, la esortano a lasciarsi andare. Io no. Io resto ferma e silenziosa, lasciando che il tempo faccia il suo lavoro.
Poi mi alzo. Prendo una piccola lozione per le ferite e mi avvicino con delicatezza. Non dico “forza”, non dico “non è niente”. Le offro solo un gesto: posso prendermi cura di quel graffio?
Lei mi guarda, sorpresa. Non scappa. Si lascia avvicinare. È un gioco di sguardi e fiducia. La crema sulla pelle brucia appena, ma cura un po’ anche dentro. È il primo passo di un piccolo ponte che attraversiamo insieme.
Poco dopo va in bagno con il padre, come sempre. È la sua routine. Poi accade qualcosa: gioca con lui, lo rincorre e prova a prenderlo per le gambe. Ride. Il gioco comincia già lì, fuori dalla stanza.
Quando finalmente entra, non è un ingresso qualsiasi. È un ingresso conquistato. Uno di quelli che portano con sé tutto il peso di ciò che si è lasciato fuori — la paura, il dolore, le aspettative — e lo trasformano in qualcosa di nuovo.
E poi mi guarda, prende il cerchio. “Lo tieni tu?”
Vuole cadere ancora. Ma questa volta… sul tappeto.
Questa volta con qualcuno che tiene il cerchio.
Questa volta sapendo che cadere fa meno paura se c’è chi resta fermo mentre tu provi.
E provi. E ridi. E poi ti rialzi da sola.
Non abbiamo fatto grandi cose, quel giorno. Ma abbiamo attraversato qualcosa. Insieme.
Riflessione
Nella terapia, come nella vita, ci sono momenti in cui non si può forzare l’ingresso.Serve tempo, fiducia e un “ponte” che permetta al bambino di sentirsi al sicuro per provare.È così che il gioco diventa un luogo di cura: quando chi accompagna sa restare, e chi gioca sa che può rischiare senza cadere da solo.Se un bambino fatica a separarsi, a fidarsi o a lasciarsi coinvolgere, il primo passo non è “fare di più”, ma creare uno spazio dove possa sentirsi pronto.Questo è ciò che, ogni giorno, cerco di costruire con i bambini e le loro famiglie: momenti in cui si può cadere, ridere e rialzarsi, con la sicurezza di non essere soli.
Play with Me
