Play with Me

Gioca con me. Uno spazio lento per ascoltare ciò che non si dice con le parole.

Tag: ascolto

  • Quando il corpo parla prima di noi

    Si muoveva senza fermarsi. Prendeva un gioco, lo lasciava. Passava a un altro, e poi un altro ancora. Un colpo di spada, una corsa verso il tappeto, un cambio improvviso di direzione.

    Io lo seguivo con lo sguardo, aspettando che si fermasse abbastanza a lungo da incontrarmi. Eppure, in supervisione, ho scoperto che la prima ad essermi allontanata… ero io.

    Seduta a gambe incrociate, braccia vicine al corpo. Come se, senza accorgermene, stessi riducendo lo spazio.

    Cosa mi spaventava? Forse il caos. O il rischio di perdermi nei suoi cambi repentini, senza un filo che ci tenesse insieme. Forse la sensazione di non avere presa, di non sapere dove collocarmi in quel vortice.

    A volte il corpo reagisce prima della mente. Si protegge, si difende, si compatta. E nella stanza, questo si vede. Il bambino lo percepisce, anche se non lo nomina.

    Da allora ho imparato che l’apertura non è solo una questione di parole. È una postura, un respiro, un piccolo gesto che dice: “Sono qui, anche quando è difficile”.

    Riflessioni

    La comunicazione nella stanza di logopedia non passa solo attraverso ciò che viene detto: il corpo parla, spesso prima delle parole. Postura, distanza e ritmo del respiro possono trasmettere accoglienza o chiusura, calma o tensione.

    Nel lavoro con i bambini, la consapevolezza corporea è inseparabile dalla comprensione emotiva. Ogni gesto fisico può essere il riflesso di un vissuto interno: una chiusura delle spalle può raccontare la paura di essere travolti; un passo indietro può rivelare il bisogno di trovare una distanza sicura.

    Riconoscere il significato emotivo che accompagna il movimento ci permette di restare presenti senza difenderci, di offrire segnali fisici che dicono: “Ti vedo e resto qui con te”, e di trasformare la postura in un invito silenzioso all’incontro.

  • “A me piace arrabbiarmi”

    “A me piace arrabbiarmi” – dice, con gli occhi accesi e la voce che non chiede scusa.
    Me lo dice mentre brandisce una spada e lancia l’ennesimo assalto al castello. Me lo dice mentre vince, mentre urla, mentre prova a farsi spazio.
    E lo dice davvero. Non per provocare. Non per offendere.
    Lo dice perché è vero.

    Nel gioco succede anche questo: emergono emozioni che, fuori, non trovano posto. Rabbia, frustrazione, voglia di ribellarsi. Sentimenti che a volte gli adulti non sanno contenere, o non vogliono vedere.

    E invece qui, in questa stanza, si può. Si può anche piacersi arrabbiati, senza essere cattivi.
    Si può sentirsi forti, senza distruggere.
    Si può sbattere la porta, sapendo che qualcuno resta.

    Nel tempo, ho imparato che la rabbia è una richiesta di spazio. È una mappa rovesciata che dice: “Qui fa male”, “Qui non mi sento visto”.
    Ma se la ascolti, cambia voce.
    Diventa energia, direzione, desiderio di essere compresi.

    C’è chi la nasconde, chi la teme, chi la traveste da bontà.
    E poi c’è chi, nel gioco, la porta fuori tutta insieme.
    E mentre la mette in scena, la esplora, la trasforma.

    Mi piace pensare che il gioco serva anche a questo:
    a non dover essere sempre gentili per essere amati,
    a non temere di perdere tutto quando si perde la calma,
    a sentirsi interi, anche quando si è spigolosi.

    “A me piace arrabbiarmi”, mi ha detto.
    E io gli ho sorriso.
    Perché era la verità più coraggiosa di quella giornata.

    Riflessione

    La rabbia nei bambini non è un nemico da eliminare: è un segnale, a volte rumoroso, di qualcosa che ha bisogno di essere visto.In uno spazio sicuro, può diventare un’occasione per imparare che sentirsi arrabbiati non significa essere cattivi.Il gioco permette di sperimentare la rabbia senza rompere relazioni, di scoprire che ci si può sentire forti senza ferire, e che qualcuno può restare vicino anche quando si è spigolosi.Accogliere la rabbia vuol dire dare al bambino la possibilità di riconoscersi intero, con tutte le emozioni, e di trovare modi nuovi per esprimerle.È uno dei passaggi più delicati, ma anche più trasformativi, che la relazione può offrire.