Play with Me

Gioca con me. Uno spazio lento per ascoltare ciò che non si dice con le parole.

Categoria: Parole che restano

Le parole che si imprimono dentro. Dette da bambini, genitori… o a volte da me stessa. Brevi lampi di verità che illuminano il percorso. Le custodisco perché parlano di legami, emozioni, possibilità.

  • “Adesso lo fai tu”

    Il tappeto era un piccolo palcoscenico.
    Tra le pieghe morbide, foulard colorati punteggiavano la stanza come frammenti di arcobaleno.
    Li prendeva uno a uno, li stendeva con cura sulle piccole paperelle, come fossero coperte preziose. Poi, con il pennello del fard, sfiorava becco e guance, lasciando una traccia rosata: un gesto di festa.
    Quando aveva finito, le rimetteva al loro posto, pronte per il turno successivo.

    Ogni paperella aveva un nome: erano i membri della sua famiglia. Li aveva preparati tutti, uno dopo l’altro, con una cura meticolosa. Io sedevo accanto a lei, a gambe incrociate sul tappeto, testimoniando la scena che stava creando.

    A un certo punto mi guardò.
    — Adesso lo fai tu.

    Poi si alzò con la rapidità leggera di chi arriva appena sopra alle mie ginocchia, agile e sicura nei suoi passi, cedendomi il suo posto.
    Non mi passò nulla tra le mani: fu il posto stesso, il ruolo, che mi consegnò. Lei guardava, e io facevo, riproponendo i suoi gesti di cura, lasciando che il mio movimento si accordasse al suo ritmo.

    Capivo che non mi stava soltanto passando un gioco: mi stava permettendo di abitare il suo spazio interno, quello in cui si prende cura e si lascia coinvolgere.
    Si fidò di me, lasciandomi prendermi cura dei paperotti più piccoli.

    E avere la fiducia di qualcuno, soprattutto di un bambino, è una delle cose più belle che si possano ricevere.

    Riflessione

    Quando un bambino ti dice “Adesso lo fai tu”, non ti sta solo invitando a continuare un gioco: ti sta aprendo la porta di un luogo interno, spesso protetto e riservato.

    In stanza, questi momenti sono preziosi perché segnano un passaggio:dalla sola osservazione alla condivisione dell’azione, dalla distanza alla fiducia attiva, dal “mio spazio” al “nostro spazio”.

    Accettare quel ruolo significa rispettare il ritmo del bambino e permettergli di vedere che le sue modalità di cura sono accolte e valorizzate.Sono gesti piccoli, ma che costruiscono la base di ogni percorso: la fiducia reciproca.

  • “A me piace arrabbiarmi”

    “A me piace arrabbiarmi” – dice, con gli occhi accesi e la voce che non chiede scusa.
    Me lo dice mentre brandisce una spada e lancia l’ennesimo assalto al castello. Me lo dice mentre vince, mentre urla, mentre prova a farsi spazio.
    E lo dice davvero. Non per provocare. Non per offendere.
    Lo dice perché è vero.

    Nel gioco succede anche questo: emergono emozioni che, fuori, non trovano posto. Rabbia, frustrazione, voglia di ribellarsi. Sentimenti che a volte gli adulti non sanno contenere, o non vogliono vedere.

    E invece qui, in questa stanza, si può. Si può anche piacersi arrabbiati, senza essere cattivi.
    Si può sentirsi forti, senza distruggere.
    Si può sbattere la porta, sapendo che qualcuno resta.

    Nel tempo, ho imparato che la rabbia è una richiesta di spazio. È una mappa rovesciata che dice: “Qui fa male”, “Qui non mi sento visto”.
    Ma se la ascolti, cambia voce.
    Diventa energia, direzione, desiderio di essere compresi.

    C’è chi la nasconde, chi la teme, chi la traveste da bontà.
    E poi c’è chi, nel gioco, la porta fuori tutta insieme.
    E mentre la mette in scena, la esplora, la trasforma.

    Mi piace pensare che il gioco serva anche a questo:
    a non dover essere sempre gentili per essere amati,
    a non temere di perdere tutto quando si perde la calma,
    a sentirsi interi, anche quando si è spigolosi.

    “A me piace arrabbiarmi”, mi ha detto.
    E io gli ho sorriso.
    Perché era la verità più coraggiosa di quella giornata.

    Riflessione

    La rabbia nei bambini non è un nemico da eliminare: è un segnale, a volte rumoroso, di qualcosa che ha bisogno di essere visto.In uno spazio sicuro, può diventare un’occasione per imparare che sentirsi arrabbiati non significa essere cattivi.Il gioco permette di sperimentare la rabbia senza rompere relazioni, di scoprire che ci si può sentire forti senza ferire, e che qualcuno può restare vicino anche quando si è spigolosi.Accogliere la rabbia vuol dire dare al bambino la possibilità di riconoscersi intero, con tutte le emozioni, e di trovare modi nuovi per esprimerle.È uno dei passaggi più delicati, ma anche più trasformativi, che la relazione può offrire.