“A me piace arrabbiarmi” – dice, con gli occhi accesi e la voce che non chiede scusa.
Me lo dice mentre brandisce una spada e lancia l’ennesimo assalto al castello. Me lo dice mentre vince, mentre urla, mentre prova a farsi spazio.
E lo dice davvero. Non per provocare. Non per offendere.
Lo dice perché è vero.
Nel gioco succede anche questo: emergono emozioni che, fuori, non trovano posto. Rabbia, frustrazione, voglia di ribellarsi. Sentimenti che a volte gli adulti non sanno contenere, o non vogliono vedere.
E invece qui, in questa stanza, si può. Si può anche piacersi arrabbiati, senza essere cattivi.
Si può sentirsi forti, senza distruggere.
Si può sbattere la porta, sapendo che qualcuno resta.
Nel tempo, ho imparato che la rabbia è una richiesta di spazio. È una mappa rovesciata che dice: “Qui fa male”, “Qui non mi sento visto”.
Ma se la ascolti, cambia voce.
Diventa energia, direzione, desiderio di essere compresi.
C’è chi la nasconde, chi la teme, chi la traveste da bontà.
E poi c’è chi, nel gioco, la porta fuori tutta insieme.
E mentre la mette in scena, la esplora, la trasforma.
Mi piace pensare che il gioco serva anche a questo:
a non dover essere sempre gentili per essere amati,
a non temere di perdere tutto quando si perde la calma,
a sentirsi interi, anche quando si è spigolosi.
“A me piace arrabbiarmi”, mi ha detto.
E io gli ho sorriso.
Perché era la verità più coraggiosa di quella giornata.
Riflessione
La rabbia nei bambini non è un nemico da eliminare: è un segnale, a volte rumoroso, di qualcosa che ha bisogno di essere visto.In uno spazio sicuro, può diventare un’occasione per imparare che sentirsi arrabbiati non significa essere cattivi.Il gioco permette di sperimentare la rabbia senza rompere relazioni, di scoprire che ci si può sentire forti senza ferire, e che qualcuno può restare vicino anche quando si è spigolosi.Accogliere la rabbia vuol dire dare al bambino la possibilità di riconoscersi intero, con tutte le emozioni, e di trovare modi nuovi per esprimerle.È uno dei passaggi più delicati, ma anche più trasformativi, che la relazione può offrire.

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